Ritratti di quartiere

- Steven e Janice sono i primi che mi lasciano entrare in casa. A Milwaukee fa già – 8°, è quasi buio e non è piacevole camminare per un quartiere che so essere pericoloso a bussare alle porte delle persone. Sono una coppia di colore, entrambi quasi non hanno i denti. Effetti dell’assistenza sanitaria privata e del muro che ancora divide bianchi e neri in questo Paese. Sono sulla sessantina, c’è la loro nipotina con loro, e mi dicono che è la prima casa che riescono ad acquistare. La casa è stata ristrutturata grazie alla campagna di Common Ground diretta alle banche responsabili del pignoramento di oltre 10.000 case a Milwaukee tra il 2007 e il 2008, l’80% delle quali è stato acquistato attraverso un mutuo subprime. Grazie a una campagna durata due anni, Common Ground è riuscita ad ottenere da 5 tra le banche più grandi del paese 33 milioni di dollari per finanziare la ristrutturazione delle case abbandonate a seguito dei pignoramenti. Steven mi mostra due parti stuccate del muro del salone. Ci sono due buchi dietro lo stucco, causati da proiettili sparati in strada, durante una sparatoria, a gennaio.

Door to door in Sherman Park

Door to door in Sherman Park

– Dovete immaginarli i quartieri della città americane. Non sono le nostre strade imprigionate da palazzine. Sono case unifamiliari con l’esterno di legno, la porta che da su un piccolo portico, un pezzo di prato e poi la strada. Dietro il garage, a cui si accede attraverso degli appositi vicoli. Costa molto mantenere queste case, riscaldarle, tagliare il prato. C’è un disprezzo diffuso nei confronti degli affittuari. Ogni persona che ho incontrato sa tracciare una linea di separazione netta nel proprio isolato tra proprietari e affittuari, tra le case mantenute bene, e quelle no.

– Milwaukee è la città più razzialmente segregata di tutti gli Stati Uniti. Il quartiere in cui mi trovo, Sherman Park, è storicamente uno dei pochi quartieri integrati della città. A prevalenza afroamericano, ci vivono anche bianchi, una comunità di ebrei ortodossi, e ha un settore storico con case che risalgono all’800. La crisi dei mutui subprime ha colpito duramente il quartiere. Le centinaia di case pignorate, riconoscibili per le tristemente tipiche tavole di laminato inchiodate su porte e finestre, restano abbandonate, divengono ricettacolo di attività criminali, e fanno crollare il prezzo di mercato di tutte le case confinanti. La conseguenza è che gli abitanti più benestanti si spostano verso altri quartieri, e chi non ha la possibilità di farlo resta. Negli Stati Uniti molti servizi pubblici, tra cui le scuole, dipendono dalle tasse sulla proprietà immobiliare e variano da quartiere a quartiere. In altre parole i servizi pubblici dipendono dal valore delle case del quartiere in cui sono forniti. Il circolo vizioso che ne deriva può trasformare in pochissimo tempo un quartiere della classe media in un ghetto. E’ avvenuto in migliaia di luoghi negli Stati Uniti a seguito della crisi del 2008.

Una delle case pignorate a Sherman Park. Common Ground ha messo di fronte a ognuna la banca responsabile dello stato di abbandono

Una delle case pignorate a Sherman Park. Common Ground ha messo di fronte a ognuna delle case abbandonate il nome della banca responsabile

– Bill è il vicino di Steven e Janice. Sono loro a suggerirmi di parlare con lui dopo aver sentito lo scopo della mia visita: raccogliere abitanti del quartiere interessati a lavorare insieme per migliorare Sherman Park. Quando lo incontro, come altri, mi dice che il problema maggiore che ha il quartiere è l’incremento di affittuari. Sono solitamente più poveri, hanno meno cura delle proprie case e del quartiere. Passa almeno mezz’ora del nostro incontro per spiegarmi la storia della questione razziale in America. Cerco di impiegare quanto ho imparato sull’importanza di fare domande per portare la conversazione dal ritratto di un sistema ingiusto che sembra non avere vie d’uscita alla sua esperienza personale. Scopro così che è stato in prigione per 15 anni. Avrebbe dovuto restarci per tutta la vita. Ha ucciso 3 persone, anche se per autodifesa. Aveva tre ergastoli. Ha fatto appello e ha avuto una consistente riduzione di pena. Dice che è stato Dio. Sono in molti a dire così. La sua casa è ora sotto pignoramento. Uscito dal carcere a 50 anni, l’unica possibilità di lavoro è stata per lui aprire una piccola impresa. Ma le cose non vanno sempre bene. E negli ultimi mesi non ha potuto più pagare il mutuo.

– Poi ci sono le giovani coppie bianche. Ne ho incontrate tre che hanno acquistato una delle case ristrutturare da Common Ground. Caitlin e John, Kurt e Vanessa, Desanne e John. Provengono dalla classe media, hanno bambini piccoli e quando gli chiedo che cosa li ha spinti a comprare una casa in un quartiere a prevalenza afroamericano, dove ogni notte si sentono spari di pistola, e sono costretti a portare ogni giorno i figli in scuole a chilometri di stanza perché quelle del quartiere sono pessime, mi rispondono tutti nello stesso modo: la nostra fede. Hanno deciso di vivere in quel quartiere per combattere la divisione razziale e “per portare una luce”. Un altro uomo che incontro, Robert, è invece un afroamericano ex tossicodipendente ed ex membro di una gang. Quando gli hanno rifiutato l’ennesima richiesta di trattamento di disintossicazione, ha capito che aveva toccato il fondo e ne è uscito. Ora aiuta gli altri che sono meno fortunati di lui a risollevarsi. Quando gli chiedo come è riuscito a farlo, anche lui mi risponde che è stato Dio.

– «Gli incontri relazionali sono la cosa più radicale che insegniamo perché non possono essere fatti su internet. L’80% della comunicazione umana è non verbale» diceva proprio oggi Bob Connolly a un gruppo di seminartisi della Chiesa episcopale durante un training sul community organizing. Mentre lo dice penso ai momenti in cui mi sento a disagio in questi incontri. Molte delle persone che mi invitano nelle loro case hanno delle storie molto dure alle spalle. Arrivo io a bussare alla loro porta, bianco, con il mio accento italiano, catapultato qui 3 mesi per “fare esperienza”. In più l’incontro relazionale non è un’intervista. E’ un incontro. Non puoi farlo senza mettere in gioco qualcosa di te, senza parlare della tua storia, delle ragioni della tua rabbia. Lo faccio ma a volte mi sembra forzato. Tutto questo fa parte dell’autovalutazione che ogni community organizer fa della sua attività. E da lì un organizer impara gran parte di quello che deve imparare. Quel senso di disagio e impaccio, che è uno strumento di apprendimento e crescita straordinario, lo si può provare soltanto in un incontro faccia a faccia.

– Questo è l’assignment che mi ha dato il mio supervisore, Jonathan Lange. Contattare le persone che hanno acquistato a prezzi accessibili una delle case ristrutturate grazie a Common Ground, o che hanno beneficiato di un fondo creato dalle banche su pressione di Common Ground per effettuare riparazioni. Sono circa una sessantina di persone. L’incarico che mi hanno dato è conoscerle attraverso un incontro relazionale, organizzare prima della mia partenza una riunione, e capire se tra loro ci sono potenziali leader interessati a lavorare insieme per continuare a salvare questo quartiere dal processo di ghettizzazione e impoverimento.

Video della campagna di Common Ground contro le banche responsabili dei pignoramenti e della crisi dei mutui subprime

Video della campagna di Common Ground contro le banche responsabili dei pignoramenti e della crisi dei mutui subprime

One thought on “Ritratti di quartiere

  1. Elisabetta Scarpa says:

    Non ho vissuto negli Stati Uniti, né li ho visitati abbastanza da conoscerne sufficientemente la società, i suoi costumi, i suoi gusti, le sue utopie, o le sue illusioni, una delle quali identifica il suo individualismo in questo articolo. Corre voce, e dunque deve essere vero, che si tratti di una società tendenzialmente individualista, di cui spesso vengono raccontati confacenti aneddoti. Però mi è parso di cogliere in quella società, non so come, nel tempo, anche una capacità reattiva collettiva che qui in Italia manca totalmente o quasi. Per esempio essa riesce ad avere reazioni molto compatte ad eventi negativi. Sentii dire, in occasione di qualche deprecabile reiterato aumento di un bene di largo consumo, che gli Americani ne bloccano immediatamente in larghissime percentuali l’acquisto. In Italia ognuno reagisce secondo le sue possibilità e i suoi interessi, e non riesce a coalizzarsi se non in chiacchiere.
    Quanto ad individualismo, mi sembra che noi si abbia purtroppo sempre meno da imparare dagli altri. E non abbiamo affatto bisogno di villette con giardino, il portico e garage privato per isolarci dagli altri. Nei film americani si vedono anzi i loro proprietari salutarsi, o magari litigare, da un giardino all’altro. Nei nostri condomini basta la porta di casa sul pianerottolo a cementare l’automatica, priva dunque anche dell’intelligenza dell’elaborazione, sua sindrome individualista, tant’è che non ci si saluta neanche incontrandosi davanti al portone, a meno che non ci si debba fermare per non scontrarsi, lo sguardo ben puntato altrove. E’ una tendenza che si sta allargando e approfondendo sempre più ovunque, man mano che ci si allontana dai vecchi, tradizionali modi di convivere e comunicare. A volte, l’ho personalmente sperimentato, basta una parola per far incredibilmente cambiare luce nello sguardo di un condomino, ma sono sempre meno le persone che hanno il desiderio e l’estro di pronunciarla, senza voler essere pessimista.
    Inoltre la società americana è strutturata molto sulle Chiese, che hanno attività, metodi, organizzazione, obiettivi completamente diversi dalla nostra, basata soprattutto sulla predicazione, il rito e la preghiera. Questo fa una grande differenza nel rapporto che il fedele ha con la propria chiesa di credo e di quartiere. Il fedele americano è sicuramente più attivo in essa e fuori di essa, che non quello italiano ed europeo. Mi sembra che sia anche e soprattutto sulle caratteristiche potenzialità delle Chiese americane e sul rapporto dei loro fedeli con esse che poggino l’energia e le capacità del Community Organizing. Sicuramente il dogma è il punto di partenza diverso e certo non si può lavorare su quello. Forse, piano piano, si può farlo, una ad una, sulla singola parrocchia, oppure occorrerebbe inventare quale nuovo tipo di associazione civile.

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