Personalizzare e polarizzare

Questa è una storia in quattro scene. Riguarda l’esercizio del potere nelle nostre città. E’ una storia su quello che con uno slogan efficace è stato definito il potere dell’1% di accaparrarsi le risorse del restante 99. Ma è anche una storia di quello che l’1% di quel 99%, se ben organizzato e attrezzato, può fare per invertire la situazione.

Fair play è la campagna di Common Ground per decidere se i soldi pubblici devono essere investiti per un nuovo stadio di una squadra miliardaria, o per i campi sportivi delle scuole pubbliche della città

Fair play è la campagna di Common Ground per decidere se i soldi pubblici devono essere investiti per un nuovo stadio di una squadra miliardaria, o per i campi sportivi delle scuole pubbliche della città

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Guerra delle periferie… o community organizing?

Il community organizing parte dalla premessa che 1) i problemi che devono affrontare le comunità dei quartieri poveri non sono una conseguenza della mancanza di soluzioni efficaci, ma della mancanza di potere per implementare queste soluzioni; 2) che l’unico modo per le comunità di costruire potere di lungo periodo è organizzando le persone e il denaro intorno a una visione comune; e 3) che un’organizzazione praticabile può essere conseguita se una leadership indigena a base allargata – e non uno o due leader carismatici – può unire insieme i diversi interessi delle proprie organizzazioni locali.

Barack Obama, 1988

La New York della fine degli anni Settanta era molto diversa da quella che conosciamo oggi. Anni di recessione e declino industriale, l’esodo di milioni di bianchi nei sobborghi avevano lasciato in città i più poveri, e le strade di quartieri come il Bronx e Brooklyn invase da trafficanti di droga, prostituzione e degrado urbano.

Il 13 luglio del 1977 un black out di 25 ore portò la città nel caos più totale. Scoppiarono rivolte, saccheggi e incendi dolosi. Quando le luci tornarono la polizia aveva arrestato 3.000 persone, e le prigioni non avevo una capienza sufficiente per contenerle. La popolazione declinò in pochi anni da 8 a 7 milioni.

Brooklyn dopo il black out del 1977

Brooklyn dopo il black out del 1977

Diversi organizer formatisi nella Brooklyn est in quegli anni mi hanno parlato di una sorta di zona di guerra. Tuttavia è proprio lì che l’Industrial Areas Foundation ha ottenuto uno dei suoi successi più straordinari. Guidata da Michael Gecan, l’attuale direttore che mi ha invitato qui negli Stati Uniti, dal vescovo Francis Mugavero della Diocesi di Brooklyn che contava circa mezzo milione di cattolici, e da altri leader religiosi, East Brooklyn Congregations (EBC) iniziò un’incredibile campagna di rinnovamento urbano attraverso il community organizing.

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Conoscere socialmente

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C’è una conoscenza teorica e astratta che si trasmette tramite libri e si testa tramite esami. Le sue componenti sono nozioni.

Ci sono poi altri tipi di conoscenza. Una è quella sociale. Si apprende entrando in relazione con gli altri. Relazioni pubbliche. E la sua qualità è più prossima a un’arte che a una tecnica. Scrive Ed Chambers:

Per effettuare con successo il salto dalla vita privata alla vita pubblica, dobbiamo imparare ad agire in modo diverso. La vita pubblica è illimitata e spalancata, ma dobbiamo agire in modo tale da renderla reale e soddisfacente per noi stessi. E’ sorprendente per me constatare quante persone non siano in grado di fare questo salto.

Gli insegnamenti più importanti che mi sembra di aver appreso nascono da questo tentativo di rendere soddisfacente, interessante e orientata alla giustizia la vita pubblica. Ecco una carrellata.

– Martedì scorso spettava di nuovo a me porre la domanda per il round iniziale allo staff meeting. Mi viene in mente di chiedere agli altri organizer quando si sentono parte di una comunità. Penso ovviamente alla risposta che avrei dato io, e penso alle lezioni di teatro, quando si è in cerchio, spesso tenendosi per mano dopo aver condiviso tante emozioni, e ci si guarda negli occhi. Poi penso: questo è astratto. E’ un’immagine senza tempo. Allora riformulo la domanda: quando è stata l’ultima volta che vi siete sentiti davvero parte di una comunità? Può sembrare minima la differenza, ma non lo è. Nella prima domanda chiedevo di descrivere una sensazione. Nella seconda di raccontare una storia. E’ talmente differente che non sapevo più rispondere alla mia stessa domanda. Poi mi è venuto. Un fine estate in cui con degli amici decidemmo di trasferirci tutti a casa di uno di noi, a Roma. Gli altri hanno raccontato episodi simili. Un matrimonio in un parco nazionale in California in cui improvvisamente degli estranei sembravano amici di vecchia data per Rusty. Il dormitorio del college in Kansas per Keisha. L’esperienza di volontariato in Sud Africa di Kathleen. Il viaggio in Messico di Allie. Quei racconti hanno creato un senso di nostalgia per una dimensione che sembra essere così rara e sfuggente. Il che mi ha fatto pensare alla tensione tra il mondo come è e il mondo come dovrebbe essere, e alla rabbia che deriva dalla perdita di quello che potrebbe essere e non è.

– Bill, il tipo con tre ergastoli che ho incontrato facendo i miei incontri relazionali a Sherman Park, mi ha presentato Eddy Glorioso, figlio di emigranti siciliani, novantenne, fondatore del negozio di alimenti italiani più famoso di Milwaukee. E’ stato molto gentile con me. Mi racconta che è stato lui a testimoniare in favore di Bill facendo sì che uscisse dal carcere a vita. Mi viene in mente che posso chiedergli di mettermi in contatto con i suoi fratelli, i proprietari del negozio, e fare il mio primo tentativo di fundraising per Common Ground. Ne parlo con Bob. Lui mi dice: tu sai perché ti dovrebbero dare dei soldi, che interesse hanno a farlo? Io dico, no, li ho conosciuti, so che sono degli imprenditori, possono fare del bene alla comunità. “Devi capire il loro interesse prima. Devi parlare al loro interesse, altrimenti la tua richiesta apparirà fuori luogo. Io ho fatto decine di incontri con i piccoli imprenditori per capire cosa gli importasse prima di chiedere un solo dollaro. Digli che vuoi incontrarli per capire come vedono il loro ruolo nella comunità, quali sono i problemi che devono affrontare, e qual’è la loro visione del mondo”.

– Mercoledì prossimo nella stanza 102 dell’ospedale Saint Joseph si terrà la riunione che ho organizzato a seguito degli incontri relazionali che ho fatto a Sherman Park. E’ una riunione diversa da quelle che sono stato abituato a organizzare. Non ho messo nessuna locandina né mandato nessuna email per convocarla. Conosco tutte le persone che verranno, e loro conoscono me. Sono entrato a casa loro. Gli ho fatto domande sulla loro vita, il loro lavoro, come sono finiti a vivere in quel quartiere e cosa vorrebbero vedere cambiato. Questa conoscenza mi ha portato anche a provare a capire quale problematica potrebbe divenire l’oggetto di un’azione comune. Mi è sembrato che il problema più sentito fosse il crimine, e che l’illuminazione dei vicoli fosse un possibile tema su cui provare a incardinare una campagna. Ne ho parlato con Jonathan, il supervisore che mi ha assegnato questo incarico. Lui mi ha detto:

Se hai una stanza con 20 persone che ti piacciono che cosa gli chiedi? Se davvero ti piacciono li devi sfidare a tornare a un altro incontro in cui dovrete essere 30 o 40. In questo modo stai facendo community organizing, perché stai facendo comprendere a queste persone che solo se sarete di più potrete negoziare con il dipartimento di polizia ed avere il potere necessario ad agire. Inoltre, in questo modo puoi testare le persone e capire chi è un potenziale leader. I leader sono semplicemente persone che dimostrano di poter avere un seguito.